16 gen 2022
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“Rovereto città cara / noi ti amiamo con ardore...”
...sono nato nel '46 a Rovereto, ridente cittadina del Trentino adagiata nella Vallagarina tra il monte Stivo puntuto e la placida mole del monte Finonchio...
Il Castello Veneziano a guardia della nostra città
(Roberto Iras Baldessari, 1894-1965)
Questa ariosa veduta di Rovereto risale agli anni '50 del secolo scorso, quando Maria Dolens, la celebre “Campana dei Caduti”, era ancora collocata sul possente bastione del Castello Veneziano e spandeva tutte le sere su Rovereto e sulla Vallagarina i suoi cento solenni lenti gravi rintocchi in perpetuam memoriam di tutti i caduti della Grande Guerra - tutte le sere, alle otto e mezzo d’inverno e alle nove d’estate: il segnale, per noi bambini, che era venuta l’ora di andare a letto e recitare le preghiere…

La deliziosa tavola, opera di Roberto Iras Baldessari, per me vale molto di più della più perfetta fotografia a colori, perché mi fa respirare ancor oggi l'aria della Rovereto della mia giovinezza: una cittadina tranquilla adagiata nella valle dell'Adige, protetta dal severo Castello e benedetta tutte le sere dal suono armonioso (sì, armonioso mi sembrava, non lugubre) della grande Campana dei Caduti; una piccola città a misura d'uomo, che si poteva attraversare tutta passeggiando - e quante volte ho passeggiato con il mio papà per tutte le sue vie e viuzze, imparandone tutti i nomi, conoscendone tutti gli angoli; una città piccola ma ricca di spunti pittoreschi e di bellezze artistiche: gli ippocastani fioriti del Corso Rosmini, le antiche case medioevali, i palazzi, lo storico Palazzo del Comune, il Palazzo dell'Annona, il Palazzo dell'Istruzione, l'accogliente scrigno del Teatro Sociale...; una cittadina circondata da una natura amica: le campagne rigogliose di vigneti, le antiche umili ‘rogge’ alimentate dalle acque del Leno che avevano fatto fiorire nel Settecento l'arte e l'industria della Seta, e i castelli sui poggi, i boschi i prati, i paesini - tutti con la loro chiesetta - sparsi e biancheggianti sulle pendici del monte Finonchio del Col Santo del Biaena - e sopra tutti il monte Stivo maestoso e spigoloso con le sue tre punte rigate dalla ghiaia dei canaloni e spesso impennacchiate di nubi ("quando lo Stivo porta il cappello, roveretano prendi l'ombrello").

Sì, la suggestiva veduta di Rovereto che apre questa pagina mi è molto cara, perché mi fa capire che il suo Autore non ha rappresentato soltanto un paesaggio, ma è riuscito a fissare, dentro quei minuti segni cesellati, nello stesso tempo estrosi e armoniosi, il suo amore per questo paesaggio, per Rovereto, per questa città che sentiva come sua - lui, Roberto Iras Baldessari (1894-1965) pittore e incisore, personalità di spicco nel mondo delle arti figurative tra le due guerre, che aveva girato tutta l'Europa e conosciuto il Mondo, ma che sentiva di avere qui le sue radici, perché di Rovereto erano i suoi genitori e a Rovereto era stato allievo di Luigi Comel, professore carismatico della Scuola Reale Elisabettiana, fucina di artisti (Depero, Melotti, Cainelli, Wenter Marini, Costa, Tiella...) - e a Rovereto avrebbe trascorso gli ultimi sereni anni della sua vita.

"Rovereto città cara"
Queste parole mi frullano nella mente indissolubilmente legate a un motivetto odi et amo, ma che dico motivetto: canzone, Inno! - che veniva insegnato negli anni '50 in tutte le scuole elementari e puntualmente intonato dagli scolari e dagli insegnanti in tutte le grandi occasioni: l'apertura e la chiusura delle Scuole, la Festa degli Alberi, l'Anniversario della Vittoria...

L'Inno a Rovereto (Inno degli scolari) era stato scritto a quattro mani durante il ventennio, e due di quelle mani appartenevano alla nostra cara Nonna Rina, la mamma della mamma: e questo fatto riempiva noi, i suoi nipoti, di un certo legittimo orgoglio...


Rileggendolo ora (sono fortunosamente riuscito a ripescarlo in rete) debbo confessare che le parole fanno un po' sorridere: la baciata ardore/core, l'accoppiata amor/lavor, il tu ci educhi al lavor: oh che gaiezza(!) oggi ci possono sembrare un tantino sforzati, ma allora ben si sposavano con la musica nobilmente retorica sospesa tra l'inno patriottico e il coro degli alpini: i clivi verdeggianti, le vette, altari santi / alle italiche virtù, gli eroici figli che all'Italia il tuo sen materno diè... - contuttociò, le parole e le musica del suddetto motivetto continuano a frullarmi insistentemente ma amabilmente nella testa, e mi riempiono ancor oggi di legittimo orgoglio.

Perché sono fiero di essere Roveretano - e di avere avuto una nonna poetessa che ha scritto questo glorioso Inno cantato (illo tempore) in tutte le grandi occasioni.

Vedi anche su WikipediA:
La Campana dei Caduti di Rovereto
Iras Baldessari pittore e incisore
Rovereto