La deliziosa tavola, opera di Roberto Iras Baldessari, per me vale molto di più della più perfetta fotografia a colori, perché mi fa respirare ancor oggi l'aria della Rovereto della mia giovinezza: una cittadina tranquilla adagiata nella valle dell'Adige, protetta dal severo Castello e benedetta tutte le sere dal suono armonioso (sì, armonioso mi sembrava, non lugubre) della grande Campana dei Caduti;
una piccola città a misura d'uomo, che si poteva attraversare tutta passeggiando - e quante volte ho passeggiato con il mio papà per tutte le sue vie e viuzze, imparandone tutti i nomi, conoscendone tutti gli angoli; una città piccola ma ricca di spunti pittoreschi e di bellezze artistiche: gli ippocastani fioriti del Corso Rosmini, le antiche case medioevali, i palazzi, lo storico Palazzo del Comune, il Palazzo dell'Annona, il Palazzo dell'Istruzione, l'accogliente scrigno del Teatro Sociale...; una cittadina circondata da una natura amica: le campagne rigogliose di vigneti, le antiche umili ‘rogge’ alimentate dalle acque del Leno che avevano fatto fiorire nel Settecento l'arte e l'industria della Seta, e i castelli sui poggi, i boschi i prati, i paesini - tutti con la loro chiesetta - sparsi e biancheggianti sulle pendici del monte Finonchio del Col Santo del Biaena - e sopra tutti il monte Stivo maestoso e spigoloso con le sue tre punte rigate dalla ghiaia dei canaloni e spesso impennacchiate di nubi ("quando lo Stivo porta il cappello, roveretano prendi l'ombrello").
Sì, la suggestiva veduta di Rovereto che apre questa pagina mi è molto cara, perché mi fa capire che il suo Autore non ha rappresentato soltanto un paesaggio, ma è riuscito a fissare, dentro quei minuti segni cesellati, nello stesso tempo estrosi e armoniosi, il suo amore per questo paesaggio, per Rovereto, per questa città che sentiva come sua - lui, Roberto Iras Baldessari (1894-1965) pittore e incisore, personalità di spicco nel mondo delle arti figurative tra le due guerre, che aveva girato tutta l'Europa e conosciuto il Mondo, ma che sentiva di avere qui le sue radici, perché di Rovereto erano i suoi genitori e a Rovereto era stato allievo di Luigi Comel, professore carismatico della Scuola Reale Elisabettiana, fucina di artisti (Depero, Melotti, Cainelli, Wenter Marini, Costa, Tiella...) - e a Rovereto avrebbe trascorso gli ultimi sereni anni della sua vita.
L'Inno a Rovereto (Inno degli scolari) era stato scritto a quattro mani durante il ventennio, e due di quelle mani appartenevano alla nostra cara Nonna Rina, la mamma della mamma: e questo fatto riempiva noi, i suoi nipoti, di un certo legittimo orgoglio...
Perché sono fiero di essere Roveretano - e di avere avuto una nonna poetessa che ha scritto questo glorioso Inno cantato (illo tempore) in tutte le grandi occasioni.
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La Campana dei Caduti di Rovereto
Iras Baldessari pittore e incisore
Rovereto