N. Rockwell - Shuffleton’s Barbershop (1950)
Il papà e la mamma, professori in lettere, di quelli che (anche allora poteva succedere...) avevano scelto l’insegnamento come missione. Professori di quelli che dedicavano e ripartivano il loro tempo e le loro energie tra la scuola (l’insegnamento, la didattica, gli allievi adottati come figli per un intero ciclo scolastico) e la famiglia (gli affetti, i veri figli, i parenti).
E vorrei qui ricordare e testimoniare quante energie e quanto tempo i miei genitori hanno dedicato 'alla scuola', anche quando erano 'a casa': perché sia la mamma che il papà non solo si preparavano sempre le lezioni per i giorni successivi e correggevano scrupolosamente i compiti in classe (non si limitavano a mettere un 'visto' o un 'voto' in calce ai temi e alle prove) ma preparavano anche dei grandi cartelloni da appendere nelle loro classi, con schemi, scritte e illustrazioni per aiutare i loro allievi a fissare meglio la successione degli eventi e i concetti fondamentali; per le illustrazioni ricorrevano a riviste illustrate o a libri di testo adottati negli anni precedenti, e io stavo a guardarli, estasiato spettatore, in quelle loro operazioni di cut and paste ante litteram mentre con precise sforbiciate ritagliavano le immagini e le incollavano sui cartelloni usando la "colla midina".
Giuseppe Dalbosco (1910-2009) e Flavia Finotti (1920-2000),
entrambi roveretani, si erano sposati durante la Guerra, nel settembre del 1942 (che coraggio!)
e avevano preso in affitto un appartamento al terzo piano di un modesto, popolare e popoloso condominio pomposamente battezzato, nel nostro lessico famigliare,
come Casa Viola non per il suo colore (all’epoca, di un giallo paglierino tendente all’arancione) ma per via del cognome della proprietaria, la Signora Viola.
In quell’appartamento, che diventava sempre più piccolo man mano che cresceva il numero dei figli
(Giovanna nel ’43, poi io tre anni dopo, Lucia nel ’52 e
infine Marco nel ’58) – in quella casa, popolare sì ma dotata di un grande e popoloso cortile (teatro dei nostri giochi) e persino di un bel giardino
(riservato alla padrona di casa, ma frequente meta delle nostre incursioni), ho trascorso l’infanzia e la prima giovinezza, circondato dalle attenzioni
e dall’affetto dei miei familiari.
Flavia e Giuseppe non erano ricchi, non avevano case di proprietà (sarebbero vissuti sempre in affitto) e non avevano da parte consistenti risparmi; ma si concedevano alcuni... lussi: non mancavano mai i giornali, i dizionari, le enciclopedie e i libri (di poesia, letteratura, saggistica, arti figurative, musica), e altri più 'moderni' (eravamo agli inizi degli anni ’50) strumenti di cultura: il proiettore di diapositive (che mise in pensione l'antica Lanterna Magica), il giradischi che pensionò il Grammofono, e poi la radio a modulazione di frequenza per ascoltare senza fruscii i concerti del Terzo Programma, e il magnetofono...
Sì, questi erano i soli lussi che si concessero: lussi culturali - per se stessi, ma soprattutto per noi figli.
Credo di essere stato un bambino molto fortunato: della mia infanzia ho ricordi vaghi ma piacevoli, legati soprattutto a momenti sereni e a sensazioni gratificanti.
Il Pianoforte di Famiglia
Di tutti gli strumenti, quello che mi parlò per primo di melodie, di armonie, di ritmo, di musica è stato il 'Pianoforte di famiglia' che il papà spesso suonava
quando andavamo a trovare la zia Bice e la zia Noemi nel loro grande appartamento di via Cavour in 'casa Azzolini'; quel glorioso pianoforte acquistato dai suoi genitori
nei primi anni del 1900 - un lusso che [anche] loro si concesero per amore della musica e dei figli;
quel nobile strumento che seguì la famiglia del papà a Schwarz, in Tirolo, nell'esilio forzato durante la Grande Guerra, dal '15 al '18,
e sul quale il papà imparò a suonare sotto la guida della gentile Maestra Weber
(leggi i suggestivi passi estratti dai ricordi del papà in Il nonno Pino e il pianoforte).
Le prime musiche che mi hanno colpito e affascinato sono uscite da quello strumento, animato dalle agili dita del papà: le tornite sonate di Clementi,
i frizzanti 'primi tempi' delle sonate di Mozart, i finali di quelle di Beethoven mi mettevano l'allegria in corpo (quante volte gli ho chiesto di
suonare ancora iol primo tempo della K300?); ma mi piacevano anche alcuni tempi più 'tranquilli', qualche brano lento, sereno come l'andante
della sonata in sol di Mozart, o romantico come il Chiaro di luna (naturalmente quello di Beethoven) o il secondo tempo della Patetica, magari anche malinconico
come il Vecchio Castello di Mussorgsky.
I miei primi ricordi risalgono ai primissimi anni '50, quando il Pianoforte di Famiglia era ancora quello delle zie...
perché poi, qualche anno più tardi, nel Natale del 1954 - avevo appena compiuto gli otto anni - arrivò nella nostra Famiglia, nella nostra casa,
grande e inaspettato regalo di Natale, un nuovo Pianoforte tutto per noi, per noi figli e per il papà - ed è stato su questo nuovo Pianoforte di Famiglia
che imparammo a suonare io e (qualche anno più tardi) mio fratello Marco; e su questo pianoforte ha continuato a suonare il mio papà, mentre io continuavo
ad ascoltarlo e a chiedergli il bis.
Oh la magìa di sentir e veder suonare uno strumento dal vivo!... avvertivo allora, e oggi lo comprendo ancor meglio, che le dita del papà non erano
soltanto agili, non trasmettevano solo suoni, ma qualcosa di più sottile: la sensibilità, l'amore per la bellezza e per la ricchezza
nascosta in quelle pagine - ricchezza che bisognava prima scoprire per poi far rivivere e rivelare trasformandola in suoni.
Il Grammofono
Meraviglia della meccanica e dell'acustica di inizio secolo, il 'Grammofono di famiglia' era una fonte inesauribile (e rinnovabile!) di musica, di qualsiasi musica:
bastava aprire la sua elegante cassa rivestita di tela azzurra, 'mettere su' un qualsiasi disco, innestare una nuova puntina (erano tante, pigiate in una scatoletta
come fossero state dei catecù!, girare con decisione la monevella e, come per incanto, la musica usciva viva e frusciante dalla sua valva superiore...
Quante volte ci avrà fatto ridere con "Lo chiamavan bombolo" o "Tutto va ben madama la Marchesa!" (a richiesta di tutti) - quante volte avrà
intonato "O luna rossa" e "C'eravamo tanto amati" (su esplicita richiesta del pubblico femminile) oppure la "Sinfonia del Guglielmo Tell"
(incisa su ben due dischi fronte/retro), l'Overture dei Vespri Siciliani... a richiesta di uno stretto manipolo di amanti del classico (tra i quali
il sottoscritto)!?
La Radio
Agli inizi degli anni '50, e anche nei decenni successivi, un'altra insostituibile fonte di musica e cultura è stata la radio, e in primo luogo la RAI, Radio Audizioni
Italia, con la sua punta di diamante culturale: il "Terzo Programma", nato proprio nel 1950.
I primi concerti, magari anche in 'diretta', li ho sentiti con il papà per radio - un vecchia radio un po' disturbata... non tanto dai fruscii tipici
del Grammofono (prodotti dalla puntina sui solchi dei dischi di gommalacca logorati dall'uso) quanto dalle frequenti scariche elettriche le scintille
di un'interruttore, il motorino di avviamento di un'automobile - magari proprio nel bel mezzo di un adagio altrimenti ricco di pathos; una vecchia radio AM (a Onde Medie),
la nostra, che qualche anno più tardi venne rimpiazzata dalla più moderna radio a Modulazione di Frequenza, con piena soddisfazione degli amanti della buona musica.
Il Corriere dei Piccoli
Pianoforte, Grammofono e Radio furono la mia prima Musica. Ma c'era anche qualche assaggio di Arti figurative e di Letteratura, e in questi campi 'galeotto' fu
niente-popo-dimeno-che il Corriere dei Piccoli.
Comunemente noto come 'Il Corrierino [dei piccoli]', questo storico settimanale - che esordì come supplemento del Corriere della Sera nel dicembre del 1908
"fu ideato dalla giornalista Paola Lombroso Carrara con intenti pedagogici, ponendosi come obiettivo la formazione e l'educazione dei giovani in maniera adatta all'età,
alternando alle 'storie illustrate a colori' articoli di divulgazione scientifica, di letteratura, racconti e narrativa di buona qualità"
[da WikipediA]
e mantenne, a mio modesto avviso, le sue promesse (seppur con qualche cedimento alla 'politica' soprattutto nel corso del trentennio).
Per me - bambino fortunato - il Corrierino significava soprattutto guardare le figure, cioè le vivaci, spiritose e spesso splendide vignette a colori
(otto per ogni pagina) che illustravano le tre o quattro pagine dedicate alle altrettanto godibili storie del Signor Bonaventura, di Bibì e Bibò, di Alibella...
e firmate da artisti come Sergio Tofano, Grazia Nidasio, Gino Baldo ed altri ancora.
Ma dopo aver guardato per bene tutte le figure dulle grandi pagine a colori, e tutte le altre tavole e disegni a colori o in bianco e nero, passavo alla fase
di lettura che soprattutto in tempi prescolari era fatta dal papà - che riusciva a trasformare la semplice lettura in una vera e propria
divertente e gustosa rappresentazione teatrale: e i martellanti versi ottonari ( QUÍco MÍNcia L'ÁVven TÚra ) diventavano ancor più
frizzanti di umorismo comicità ironia, mostravano e dipanavano le loro stranezze sintattiche "che dell'albero nel folto / va di mele a far raccolto" -
divertiti e divertenti contorcimenti per far tornare i versi facendo il verso a classici versi.
Di quelle storie, di quelle illustrazioni, di quei versi, del Corrierino e soprattutto di quelle amabili letture del papà mi è rimasto un ricordo indelebile e prezioso.
Il Quadro di Spadini
Un bambino e una bambina, senz'altro due fratellini, in un momento di riflessione, di pausa durante un gioco con la palla. Il quadro di Spadini
(naturalmente si tratta di una riproduzione incorniciata) faceva bella
mostra di sè nel vasto corridoio del grande appartamento nel quale la famiglia Dalbosco aveva traslocato in seguito alla nascita del Marco, il quarto figlio.
E non è un caso che questo quadro, bello seppur non 'famosissimo', fosse di un certo Armando Spadini, un valido pittore vissuto a cavallo del '900
(Firenze 1883, Roma 1925) e definito da De Chirico "questo Renoir d'Italia", i cui modelli preferiti erano "la moglie e i figli... [in] una specie di Sacra famiglia
nei più diversi ed umani atteggiamenti in tutte le ore, in tutte le luci" [Cipriano Efisio Oppo, 1918].
Una scelta particolare, quella dei miei genitori, dettata soprattutto dal loro amore per la famiglia, per i figli, per la vita in famiglia - ma anche per
le cose 'belle', che non sono necessariamente le più 'vistose' o le più 'famose'.
Ma oltre ai "Bimbi all'aria aperta" di Spadini, altre immagini di opere d'arte, guardate con il papà sui suoi libri di arte o ammirate nelle vetrine dei corniciai
di Rovereto o nelle mostre d'arte, attiravano l'attenzione e colpivano la mia immaginazione...
La Chiesetta delle Grazie
A due passi dalla nostra prima abitazione al n° 3 di via Antonio Cesari c'era la Chiesetta di Santa Maria delle Grazie, dove noi bambini andavamo
spesso a sentir messa la domenica, e a recitare il 'fioretto' nelle dolci sere del mese di maggio. Nome omen, la chiesetta era veramente
un piccolo gioiello ricco di grazie barocche, di un barocco sobrio e raffinato, più vicino alla 'spirito' della nostra gente di quello
del barocco glorioso e trionfante (o magari tronfio) - il papà la considerava una piccola opera d'arte e ne lodava
l'aspetto esterno (l'ariosa facciata e la grande e originale cupola a campanella rovesciata con la sua bella lanterna come calice) e quello interno, le aggraziate
proporzioni, gli intarsi marmorei della pavimentazione e la fattura degli altari; ma il pezzo più pregiato era la cancellata posta all'inizio del presbiterio,
una trina in ferro battuto che si inseriva con naturalezza nell'architettura, che separava ma non divideva: una leggera trama, un cesello di vezzi floreali,
un intreccio spontaneo, vario ma perfettamente equilibrato di tralci e di valve, opera raffinata di un abilissimo artigiano che era riuscito a cesellare
quel velo trattando il freddo e nero ferro come fosse metallo prezioso.
Santa Caterina e San Marco
Della chiesa Santa Caterina, la nostra parrocchia, mi piacevano gli altari barocchi, d'un legno un po' scuro ma rassicurante, come le voci dei frati cappuccini
che sentivamo cantare - invisibili - nel coro dietro l'altar maggiore: un canto severo, il gregoriano, all'unisono, compatto e 'solidale', che ci riportava
indietro nei secoli e risonava nell'unica grande e spoglia navata; e guardavo anche due delle grandi pale: con ammirazione la grande pala di Giuseppe Craffonara,
pittore ottocentesco nato ad Arco, ispirata a un dolce stile cinquecentesco, e con una certa timorosa reverenza quella dell'altare di sinistra, con un San Gerolamo
tra le rocce, su sfondo scuro scuro, che parlava con un teschio con gli occhi rivolti al cielo.
Di San Marco, la chiesa arcipretale di Rovereto, mi colpivano i grandi altari barocchi, in pietra lucida, con le colonne tortili, la grande alta volta
decorata di stucchi come una torta dell'Andreatta (grande indimenticato pasticciere roveretano), il coro in legno - ma soprattutto il monumentale organo posto
all'inizio dell'unica grande navata, sovrastato, o meglio circondato, da un vasto dipinto raffigurante la processione in onore della Madonna
che nell'agosto del 1703 salvò Rovereto dalla distruzione delle truppe francesi - e il fatto miracoloso lo si vedeva ben raffigurato sull'affresco,
che mostrava le fiamme e il fumo che si levava dai paesini sparsi sulle falde del Biaena e dello Stivo: di lì erano passate le truppe del generale Vendôme
(questo fatto del miracolo mi ha sempre fatto pensare, e riflettere su come l'avranno presa gli abitanti di quei paesi: non certo come un miracolo!).
Non ricordo esattamente come fu, fatto sta che verso gli otto anni fui iniziato all'arte di Euterpe dalla Prof.ssa Rossi. Anima sensibilissima, la mia prima ed unica Maestra di Pianoforte era figlia d'arte: suo padre, il M° Roberto Rossi (Reggio Emilia 1876, Rovereto 1957) uomo dalla forte personalità, musicista pianista compositore direttore d'orchestra, era stato, nel periodo tra le due guerre, animatore culturale, promotore di iniziative e di concerti e Direttore della Civica Scuola Musicale di Rovereto - io lo ricordo bene, mi faceva una certa soggezione e mi appariva, nei modi decisi e perentori, molto simile ad Arturo Toscanini.
Ebbene la mia Maestra, sua figlia, quella che tutti chiamavamo "la Signorina Rossi", aveva un carattere un aspetto una voce e un portamento esattamente opposti; e appariva, anche a una prima impressione, esile e gentile, paziente, premurosa e estremamente sensibile; li accomunava però la stessa forte passione per la musica e una grande attitudine all'insegnamento.
Fin dalle prime lezioni si stabilì, tra lei e me, una particolare sintonia umana e musicale, e così si decise di iscrivermi ai corsi di Pianoforte
della Civica Scuola Musicale "Riccardo Zandonai" (benemerita e storica istituzione del Comune di Rovereto) - le lezioni si tenevano nel pomeriggio,
due volte alla settimana presso la bella sede del 'Liceo Musicale', in uno degli austeri palazzi settecenteschi ordinatamente allineati lungo il Corso Bettini,
e poco distante dall'attuale edificio del MART, il Museo d'Arte Moderna di Rovereto.
Sotto la guida della Signorina Rossi frequentai con profitto il Liceo Musicale per una decina di anni: con profitto e con soddisfazione dell'insegnante e mia. E la misura dei progressi compiuti in quei due lustri la si può avere scorrendo l'elenco dei brani musicali che ho suonato, anno dopo anno, nei Saggi che si tenevano, verso i primi di giugno, di fronte a un folto pubblico di parenti, amici d frequentatori di concerti che gremivano la grande Sala Comunale dei Concerti in Corso Rosmini.
Elenco dei brani che ho suonato ai Saggi di fine anno
Cara Signorina Rossi,
Per quanto riguarda i miei gusti musicali, le mie preferenze sono rivolte soprattutto alla musica così detta 'classica' o 'seria'. Ho scritto 'musica classica, musica seria', con la clausola 'così detta', 'giusto per capirsi'... anche se riconosco che è pericoloso, oltre che impossibile, definire precise categorie musicali separate da steccati o cortine di ferro.
Mentre scrivo è terminato da poco il Festival di San Remo 2022 che, mi dicono, ha avuto un'enorme risonanza mediatica [lo dicono i media] e ha riscosso
uno straordinario successo [idem] di pubblico e [forse] di critica, ha sfondato tutti i precedenti record di ascolto e ha invaso tutti i talk show,
perfino quelli della concorrenza.
Se per caso vi interessasse sapere quello che ne penso, dal punto di vista strettamente musicale e non solo, potrei ripetere la celebre frase capolavoro di Fantozzi
sul capolavoro di Ėjzenštejn - ma in quel caso si trattava di capolavori...
Detto e chiarito ciò, ci tengo però a precisare che non covo nessun pregiudizio nei confronti del Festival di San Remo e tanto meno della musica 'leggera' (altro termine 'vago' ma espressivo) antica e moderna, tant'è vero che, sin da bambino, la ho ascoltata e canterellata spesso e volentieri: come non potevo farmi conquistare dai "C'eravamo tanto amati..." del Grammofono della zia Noemi o dai "Vecchi scarponi" dei Festival Anni '50? e come dimenticare la folata di freschezza e di emozione che suscitò in tutti, anche in me che lo ascoltai in diretta, il Volare nel blu dipinto di blu che irruppe nel mondo della musica leggera nel lontano 1958? tutti, a quel tempo, ne fummo colpiti: era il colpo di cannone, caricato a salve con i fiori della Riviera, che inaugurò la stagione dei cantautori e un nuovo modo di fare musica. E devo anche aggiungere che mi piace ascoltare anche altra musica 'non classica', per esempio buon jazz ('buon', s'intende, per me: cioè non troppo freddo), oppure le operette (a volte al confine con la musica 'seria'), la musica folk, gli esperimenti di musica elettronica (che nasceva e prosperava anche a Padova negli anni '70), e la musica da film...
Però, se dovessi portare su un'isola deserta o Schubert o i Beatles, io non avrei dubbi.
| ♥ | PEZZI PER PIANOFORTE |
PAGINE INCISE NELLA MIA MEMORIA
LE PIU' BELLE PAGINE SUONABILI E NON...
Avvertenza 1: di tutto lo splendido panorama che ho avuto occasione di esplorare - suonando o ascoltando - cercherò di segnalare solo le cime che mi sono rimaste
più impresse e alle quali, per vari motivi, sono più affezionato.
| ♥ | MUSICA DA CAMERA |
PAGINE INCISE NELLA MIA MEMORIA
I will display 😢
Paesi e Poesie
che realizzato nel 2005.
La ceramica mi ha dato grandi soddisfazioni, sia nella fase di progettazione che in quelle di modellazione e di coloritura: è molto gratificante maneggiare "la creta",
inciderla e plasmarla,
dominarla e contenerla per descrivere i più piccoli particolari, evitare che si fessuri durante la prima cottura che ci permette di ottenere il cosiddetto biscotto;
e poi ancora dipingerlo con i colori a polvere e immergerlo nella vetrina che gli conferisce un aspetto lattiginoso per affidarlo infine al fuoco purificatore
della seconda cottura che compie l'ultima metamorfosi e ce lo restituisce colorato e sfavillante!